Quando una tassa viene ridotta o abolita, siamo tutti contenti. È normale e persino salutare, soprattutto per chi ne beneficia direttamente. Vale dunque anche per l’esenzione dal bollo auto decisa dal Governo per il 2027: tanti automobilisti e motociclisti avranno una spesa in meno.
Se però le risorse pubbliche sono limitate, ridurre una tassa significa anche scegliere quale tassa ridurre. Ed è proprio questa scelta a meritare qualche domanda.
Il bollo auto è un tributo regionale. Il Governo ha deciso di esentarne una parte molto ampia dei contribuenti, impegnandosi a compensare le Regioni per il mancato gettito, stimato in circa 2,3 miliardi di euro. In sostanza, lo Stato rinuncia al posto delle Regioni a una loro entrata e promette poi di restituirla attraverso un trasferimento.
L’operazione sarà certamente apprezzata da chi non pagherà più il bollo. Ma non semplifica i rapporti finanziari tra Stato e autonomie: li rende semmai più dipendenti dalle compensazioni decise a Roma. E, come sappiamo, le compensazioni possono diventare terreno di discussione, ritardi e contenziosi. Qualcuno, prima o poi, deve comunque coprire il buco o il buchetto che sia.
La domanda allora è semplice: se lo Stato voleva abolire una tassa particolarmente impopolare, perché non ha cominciato da una tassa propria?
Penso, ad esempio e prima tra tutte, al canone Rai. Una vera imposta sul possesso (i.e. tecnicamente sulla detenzione) di un apparecchio televisivo, inserita peraltro nella bolletta elettrica per renderne più difficile l’evasione. Il suo gettito finanzia il cosiddetto servizio pubblico radiotelevisivo, affidato però a una società per azioni: un’azienda a controllo pubblico, certamente, ma costituita e organizzata secondo il diritto privato.
Soprattutto, la Rai non opera fuori dal mercato. Vende spazi pubblicitari, compete per gli ascolti, acquista diritti, produce intrattenimento e contende pubblico e ricavi agli operatori privati. Beneficia quindi di un sistema di finanziamento misto: da una parte il canone obbligatorio pagato dai cittadini; dall’altra i proventi della pubblicità raccolti sul mercato.
È proprio questa natura ibrida a rendere il canone, a mio giudizio, ancora più antipatico del bollo. Non perché il servizio pubblico non abbia valore, ma perché occorre chiedersi quanto di ciò che la Rai produce risponda davvero a una specifica missione pubblica e quanto, invece, appartenga alla normale attività di un’impresa televisiva presente sul mercato.
Un conto è finanziare in modo trasparente programmi e servizi che il mercato difficilmente garantirebbe: l’informazione istituzionale, la tutela delle minoranze linguistiche, l’accessibilità, la cultura, la presenza nei territori e la copertura delle emergenze. Altro conto è imporre indistintamente una tassa sul possesso di un televisore per sostenere un’azienda che raccoglie pubblicità e compete quotidianamente con altri operatori.
Abolire il canone non significherebbe necessariamente rinunciare al servizio pubblico. Significherebbe separare con maggiore chiarezza la missione pubblica dall’attività commerciale e individuare un finanziamento trasparente per le sole funzioni di effettivo interesse generale. Il resto dovrebbe misurarsi, come accade alle altre imprese, con il mercato.
Tra i due tributi, dunque, avrei trovato più coerente scegliere proprio il canone Rai. È un tributo statale; finanzia un soggetto controllato dallo Stato; riguarda un modello industriale e istituzionale che lo Stato può direttamente riformare. Il Governo avrebbe potuto abolirlo senza intervenire sulle entrate regionali e senza creare un nuovo circuito di compensazioni.
Ridurre le tasse è sempre una buona notizia. Ma la libertà fiscale richiede anche responsabilità: ciascun livello di governo dovrebbe decidere sulle proprie entrate e rispondere delle conseguenze delle proprie scelte.
Prima di abolire un tributo regionale compensandolo con risorse statali, non sarebbe stato più semplice abolire direttamente una tassa dello Stato?