Proprietà, impresa e interesse pubblico

Proprietà privata, libertà d’impresa e governo del territorio

Proprietà, impresa e interesse pubblico

Proprietà, impresa e interesse pubblico 1672 941 Stefano Aggravi

Il dibattito di questi giorni sulla possibile realizzazione di una nuova struttura commerciale ad Aosta pone una questione che va ben oltre il singolo progetto. Riguarda il rapporto tra programmazione pubblica, proprietà privata e libertà d’impresa.

Non entro qui nel merito del progetto, che dovrà essere valutato nelle sedi competenti, sulla base degli atti, delle osservazioni presentate e degli interessi coinvolti. Il dibattito offre però l’occasione per una riflessione più generale.

Un Comune ha non soltanto il diritto, ma il dovere di governare lo sviluppo del proprio territorio attraverso il piano regolatore. Deve stabilire dove si possa costruire, quali funzioni siano compatibili con ciascuna zona e quale equilibrio perseguire tra residenza, attività economiche, servizi, mobilità e qualità urbana. Tutto questo in una prospettiva necessariamente di lungo periodo.

Nel caso delle grandi superfici commerciali, questa programmazione dovrebbe inoltre superare i confini comunali: il traffico, il consumo di suolo e le conseguenze sul tessuto economico non si fermano certo al cartello che separa un Comune dall’altro. Proprio su questo terreno, forse, in molti casi abbiamo già perduto il tempo della programmazione.

Il confronto con i cittadini, i residenti e le rappresentanze economiche è parte essenziale di ogni buona decisione pubblica. Ascoltare, però, non significa trasformare ogni contrarietà in un diritto di veto: significa valutarne seriamente le ragioni e assumere, alla fine, una decisione motivata nell’interesse generale.

Queste valutazioni devono essere compiute attraverso regole generali, chiare e conoscibili. L’edificabilità di un’area non comporta il diritto a realizzarvi qualsiasi intervento. Significa, però, che ogni decisione sulla sua destinazione deve fondarsi su criteri generali, motivati e coerenti, senza essere piegata al soggetto proponente o alla maggiore o minore popolarità del progetto. Le regole possono certamente cambiare, ma sulla base di una visione complessiva e non in funzione del singolo caso.

La programmazione urbanistica non può trasformarsi nel potere discrezionale di decidere quale impresa possa nascere, come una proprietà privata possa essere utilizzata o quale operatore economico debba essere protetto dalla concorrenza. La libertà d’impresa e il diritto di proprietà non sono concessioni benevole dell’amministrazione pubblica: sono principi di una società libera, naturalmente sottoposti ai limiti posti nell’interesse generale, ma non comprimibili secondo le convenienze del momento.

Spetta alla politica programmare il territorio e assumersi la responsabilità delle proprie scelte.Non le spetta, invece, sostituirsi, caso per caso, alle decisioni dei cittadini e degli imprenditori. Quando il potere pubblico pretende di stabilire non soltanto le regole generali, ma anche chi possa intraprendere e in quale modo possa disporre legittimamente dei propri beni, la questione cessa di essere soltanto urbanistica o commerciale e diventa una questione di libertà. Un confine che deve essere rispettato anche nelle controversie più accese.

Per questo la discussione non dovrebbe fermarsi al sì o al no a un singolo progetto. La vera questione è quali regole vogliamo darci e se siamo disposti a rispettarle anche quando i loro effetti non piacciono a tutti. Perché la libertà vive anche di questo: regole chiare, generali e uguali per tutti.