Nel dibattito sulle concessioni idroelettriche si parla spesso di gare, affidamenti e concorrenza. Molto più raramente ci si sofferma su una domanda apparentemente semplice, ma decisiva: che cosa produce realmente una centrale idroelettrica? Un servizio o un bene?
La risposta potrebbe sembrare scontata. Eppure è proprio da questa distinzione che dipende una parte importante della disciplina europea del settore.
Le recenti conclusioni dell’Avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, richiamate dal professor Ruggiero Cafari Panico, propongono una lettura destinata a far discutere: l’attività delle derivazioni idroelettriche non consiste nella prestazione di un servizio, ma nella produzione di un bene, l’energia elettrica.
La differenza non è solo terminologica.
L’acqua resta un bene pubblico, appartenente al demanio, il cui utilizzo richiede una concessione amministrativa. Ma utilizzare un bene pubblico per produrre energia non significa necessariamente prestare un servizio. La concessione riguarda l’uso della risorsa; l’attività economica che ne deriva consiste invece nella produzione di un bene destinato al mercato.
È una distinzione che invita anche a separare concetti che troppo spesso vengono confusi: l’acqua, la centrale e l’energia non coincidono.
L’acqua è la risorsa naturale. La centrale è lo strumento industriale che consente di trasformarla. L’energia è il prodotto finale. Confondere questi tre piani significa rischiare di applicare regole pensate per attività diverse.
Se, invece, si riconosce che il risultato dell’attività è la produzione di un bene, il quadro giuridico cambia profondamente. La discussione non ruota più attorno alla sola disciplina dei servizi, ma torna a confrontarsi con i principi del Trattato sull’Unione europea, con la politica energetica e con la possibilità di costruire procedure competitive coerenti con le peculiarità del settore.
Per la Valle d’Aosta, tra l’altro, questa non è una questione accademica o (peggio) di poco conto. Significa, invece, interrogarsi su come valorizzare una risorsa strategica, come tutelare un patrimonio industriale costruito in decenni e quale ruolo assegnare alle istituzioni nel governo dell’energia.
Perché, prima ancora di decidere chi utilizzerà l’acqua, occorre comprendere che cosa quell’acqua permette di produrre.
E da quella risposta discendono molte delle scelte che saremo chiamati a compiere nei prossimi anni. Tutto questo, aspettando che si definisca e veda la conclusione il procedimento scaturito dalla “Causa C-653/24” promossa dal Presidente del Consiglio dei Ministri contro la Regione Emilia-Romagna in materia di concessioni di piccole derivazioni idroelettriche e relativi impianti di produzione di energia.