Quando si parla di concessioni di grande derivazione idroelettrica, il dibattito tende inevitabilmente a concentrarsi sulle procedure di affidamento: gara, partenariato pubblico-privato, società mista, affidamento diretto. È comprensibile. Ma, forse, il punto decisivo è un altro.
Il vero patrimonio che la Valle d’Aosta è chiamata a salvaguardare non è soltanto la disponibilità della risorsa idrica. È anche l’impresa che, in oltre venticinque anni, è stata costruita attorno a quella risorsa. Un’impresa che oggi si chiama CVA e che rappresenta uno dei principali patrimoni industriali, economici e strategici della Valle d’Aosta.
È con questo spirito che merita di essere letta la proposta di legge regionale n. 21. Non tanto per esprimere un giudizio favorevole o contrario, quanto perché essa offre l’occasione per interrogarsi sul futuro della principale società partecipata della Regione e sul modo con cui si intenda affrontare una delle sfide più importanti dei prossimi anni.
La proposta si presenta come una legge finalizzata a promuovere un’istruttoria tecnica. Eppure, leggendo il testo, emerge una sensazione che merita qualche riflessione. Più che interrogarsi su quale possa essere la soluzione migliore per il futuro delle concessioni, l’istruttoria sembra orientata a individuare le modalità attraverso le quali rendere possibile una specifica opzione: la trasformazione di CVA in una società in house, quale presupposto per un eventuale affidamento diretto delle concessioni.
Naturalmente ogni proposta politica ha il diritto di indicare una direzione. Tuttavia, quando si affrontano scelte che possono incidere profondamente sul futuro della principale società partecipata regionale, il metodo assume un’importanza almeno pari alla soluzione. Un’istruttoria, per sua natura, dovrebbe servire a verificare le diverse alternative possibili, mettendone a confronto benefici, limiti e criticità, così da consentire una decisione realmente consapevole.
Vi è poi un ulteriore elemento che colpisce.
La relazione di accompagnamento dedica ampio spazio alle opportunità che potrebbero derivare dalla trasformazione prospettata, mentre rimangono sullo sfondo alcuni interrogativi tutt’altro che marginali. Eppure, proprio perché la posta in gioco è così elevata, il primo dovere della politica dovrebbe essere quello di interrogarsi sui rischi: quelli giuridici, quelli industriali, quelli patrimoniali e quelli che potrebbero derivare da inevitabili contenziosicon operatori economici interessati alle future procedure di assegnazione.
La certezza del diritto non è un tema riservato agli specialisti. È uno degli elementi che determinano la credibilità di un sistema economico e la capacità di un’impresa di programmare investimenti, assumere decisioni e competere sui mercati.
Vale forse la pena ricordare anche un altro aspetto che, nel dibattito pubblico, rischia talvolta di essere semplificato. Una società in house non coincide semplicemente con una società interamente pubblica. È, come spesso capita, una questione molto più complessa. Si tratta, infatti, di un modello organizzativo che presuppone un rapporto particolare con l’ente controllante e che risponde a regole particolarmente diverse da quelle proprie di un’impresa chiamata a operare quotidianamente sul mercato.
Su questo aspetto sorgono pertanto le domande più significative.
CVA è oggi una società che produce energia, la vende sui mercati nazionali, investe in nuovi impianti, acquisisce partecipazioni, sviluppa iniziative imprenditoriali anche oltre i confini regionali e compete con altri grandi operatori del settore. La proposta ipotizza che anche le attività di produzione e cessione dell’energia possano essere ricondotte a quelle svolte nell’interesse della Regione (i.e. l’Azionista), così da concorrere al rispetto dei requisiti richiesti per una società in house.
È una prospettiva che merita certamente di essere approfondita. Ma proprio perché investe il modello industriale della società, richiede valutazioni che non possono limitarsi al solo profilo teorico. Come si concilia una presenza competitiva sul mercato dell’energia con un modello pensato per svolgere prevalentemente attività nell’interesse dell’ente controllante? Quali effetti potrebbe produrre sul valore industriale della società? Quali conseguenze sulla sua capacità di investimento e sulle prospettive di crescita?
Sono domande alle quali non è semplice rispondere, ma che non possono essere eluse.
Colpisce, inoltre, come la proposta richiami prevalentemente il quadro europeo relativo alle società in house, mentre rimane sullo sfondo il necessario coordinamento con la disciplina nazionale sulle società a partecipazione pubblica e con il complesso sistema di principi che regola la concorrenza nei mercati. È proprio su questo terreno che potrebbero sorgere i profili più delicati, anche sotto il profilo del possibile contenzioso con gli operatori economici che si ritenessero esclusi da procedure competitive.
Non si tratta di evocare scenari catastrofici. Si tratta, più semplicemente, di misurare con realismo le conseguenze delle decisioni prima che esse vengano assunte.
Vi è un’ultima, almeno per ora, e « storica » considerazione che forse rappresenta il punto centrale dell’intero dibattito: le concessioni idroelettriche e CVA sono strettamente collegate, ma non coincidono.
Le concessioni costituiscono il titolo giuridico attraverso il quale viene utilizzata una risorsa pubblica. CVA rappresenta invece un patrimonio industriale costruito in oltre venticinque anni di investimenti, competenze, organizzazione e capacità imprenditoriale (seppur di azionariato pubblico). Confondere questi due piani rischia di produrre un errore di prospettiva: modellare la società esclusivamente in funzione di una possibile modalità di affidamento delle concessioni.
Dovrebbe forse essere il contrario o meglio la prospettiva dovrebbe essere un’altra.
Il sistema delle concessioni dovrebbe essere definito nel pieno rispetto della normativa vigente e dei principi che ne derivano. Parallelamente, l’agire dell’Azionista pubblicodovrebbe perseguire prioritariamente il rafforzamento del patrimonio industriale rappresentato da CVA, evitando di orientarne l’evoluzione verso una radicale trasformazione funzionale all’adozione di un’unica opzione.
Da questo punto di vista, vi è una contraddizione che merita di essere evidenziata. Da un lato si afferma di voler preservare la missione della società; dall’altro si ipotizzano modifiche al suo assetto statutario, alla governance, alle attività esercitabili e persino l’eventuale scorporo di alcuni rami aziendali. È inevitabile domandarsi se, al termine di questo percorso, ci troveremmo ancora di fronte alla CVA che conosciamo oppure a una società profondamente diversa.
Non vi è, naturalmente, alcuna ragione per escludere a priori una soluzione piuttosto che un’altra. Sarebbe un errore tanto quanto assumere che una sola soluzione sia necessariamente quella giusta.
Vi è però un principio che dovrebbe accompagnare ogni scelta di questa portata: quando è in gioco il futuro della principale società partecipata regionale, il primo obiettivo della politica dovrebbe essere quello di ridurre i fattori di incertezza, non di aumentarli.
La politica è chiamata a scegliere. Ma scegliere non significa costruire una soluzione e poi adattare ad essa la realtà. Significa fare il contrario: comprendere la realtà, valutarne tutti gli effetti e solo dopo decidere.
Forse è proprio da qui che dovrebbe iniziare ogni riflessione intorno ad un tema così complesso che non consente di adottare soluzioni semplici o ancor peggio troppo semplicistiche.