Le crisi e il pendolo

Le crisi e il pendolo

Le crisi e il pendolo 1402 1122 Stefano Aggravi

Tra le ultime righe del mio libro dedicato all’idroelettrico ho riportato un passaggio di Jake Sullivan, Consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden. Non un teorico socialista, né un nostalgico dell’economia pianificata. Un esponente di primo piano della politica americana contemporanea.

In quel discorso Sullivan parlava della necessità di una “moderna strategia industriale americana”, fondata sull’identificazione dei settori critici per la crescita economica e per la sicurezza nazionale, nei quali lo Stato avrebbe dovuto sostenere gli investimenti privati per raggiungere gli obiettivi strategici del Paese.

A distanza di pochi anni, osservando molte delle scelte dell’amministrazione Trump, si scopre una sorprendente continuità. Cambiano i protagonisti, cambia la retorica, ma non cambia l’idea di fondo: vi sono settori troppo importanti per essere lasciati esclusivamente alle logiche del mercato.

Forse questo dovrebbe indurci a guardare con maggiore prudenza a certe etichette. Da anni sentiamo parlare (tanto a sproposito) di “neoliberismo” come se avessimo vissuto in un’epoca di totale ritirata dello Stato. Al contrario, come sempre, la realtà è senza dubbio più complessa.

La storia economica degli ultimi due secoli sembra assomigliare meno a una marcia trionfale del mercato e più a un pendolo. Quando l’intervento pubblico diventa eccessivo, inefficiente o incapace di generare crescita, si aprono spazi per una maggiore libertà economica. Quando invece il mercato produce concentrazioni di potere, dipendenze strategiche o squilibri considerati insostenibili, lo Stato torna ad avanzare.

Le grandi crisi svolgono spesso il ruolo di cerniera. È accaduto dopo la crisi del 1929, dopo la Seconda guerra mondiale, dopo la crisi finanziaria del 2008 e, più recentemente, dopo la pandemia e l’emergere delle tensioni geopolitiche con la Cina.

Non è un caso che oggi si parli di semiconduttori, energia, materie prime critiche, intelligenza artificiale o filiere industriali strategiche. In tutti questi ambiti il mercato continua a svolgere un ruolo fondamentale, ma gli Stati cercano nuovamente di orientarne la direzione.

Il punto, però, non dovrebbe essere scegliere tra Stato o mercato come se fossero alternative assolute. La vera questione riguarda le proporzioni e il metodo.

Uno Stato che pretende di sostituirsi sistematicamente all’iniziativa privata finisce spesso per soffocare innovazione e responsabilità. Un mercato completamente sganciato da qualsiasi interesse collettivorischia invece di generare dipendenze e concentrazioni di potere altrettanto problematiche.

La lezione che sembra arrivare dagli Stati Uniti è forse proprio questa: il dibattito non riguarda più la presenza o l’assenza dello Stato nell’economia, ma il modo in cui esso interviene e gli obiettivi che persegue.

Per questo colpisce osservare come due amministrazioni spesso rappresentate come opposte — quella di Biden e quella di Trump — condividano, sotto molti aspetti, una medesima convinzione: che in un mondo sempre più competitivo la questione economica sia tornata a essere una questione di potenza, sicurezza e interesse nazionale.

Il capitalismo contemporaneo non sta tornando indietro. Più semplicemente, sta ricordando una verità che la storia non ha mai smesso di insegnare: quando il mercato avanza troppo, lo Stato ritorna. E, di riflesso, quando lo Stato occupa troppo spazio, prima o poi il mercato torna a reclamare il proprio.

La domanda, allora, non è chi vincerà tra i due. La domanda è se sapremo trovare un equilibrio che preservi insieme libertà economica, innovazione e interesse collettivo.