Quando si parla del Casinò de la Vallée bisognerebbe sempre partire da una considerazione che spesso viene dimenticata: stiamo parlando di una realtà che esercita un’attività consentita in deroga al codice penale. Non è un’impresa qualsiasi. Non lo è per la natura dell’attività svolta, non lo è per la sua storia e non lo è per il rapporto che la lega al nostro ordinamento finanziario regionale.
Forse anche per questo, attorno al Casinò si sviluppa da sempre una discussione che tende ad andare oltre i numeri, i bilanci e le responsabilità concrete. Una discussione nella quale, talvolta, si confondono ruoli che invece dovrebbero rimanere distinti.
Quando ebbi la responsabilità politica della delega al Casinò, difesi sempre un principio molto semplice: l’azionista deve fare l’azionista e il management deve fare il management(senza dimenticare gli organi sociali deputati al controllo).
Non era una posizione di comodo. Anzi. Ricordo bene le critiche ricevute da chi riteneva che l’Assessore dovesse entrare nel merito delle singole decisioni aziendali, delle scelte operative o finanche commerciali. La mia convinzione era allora, e resta oggi, che una società di capitali funzioni correttamente soltanto se esiste una distanza chiara tra proprietà e gestione.
È una regola che vale nelle imprese private e che dovrebbe valere ancora di più quando la proprietà è pubblica. Perché quando la politica entra nella gestione quotidiana, inevitabilmente si indeboliscono sia la politica sia la gestione.
Questo non significa che l’azionista debba essere assente. Al contrario. L’azionista ha il dovere di definire gli obiettivi, verificare i risultati, valutare il management e assumere tutte le decisioni conseguenti quando tali risultati non siano soddisfacenti. Esistono gli strumenti previsti dall’ordinamento: il rinnovo o il mancato rinnovo degli incarichi, la sostituzione degli amministratori, le eventuali azioni di responsabilità.
Sono proprio questi gli strumenti attraverso cui una proprietà esercita il proprio ruolo.
Per questo trovo interessante osservare come molte delle persone che anni fa criticavano quella impostazione oggi rivendichino, a loro volta, la distinzione tra ruolo dell’azionista e ruolo del management. È una evoluzione che considero positiva. Perché alcuni principi non dovrebbero cambiare a seconda delle convenienze del momento.
Allo stesso modo trovo curioso leggere o ascoltare chi, in questi giorni, chiede alla proprietà pubblica di sostituirsi direttamente a funzioni che avrebbero dovuto appartenere, ieri come oggi, agli organi gestionali della società. È comprensibile che eventi straordinari generino preoccupazione e domande. Meno comprensibile è che, per effetto dell’emozione o della polemica politica, si finisca per abbattere quei confini che normalmente si ritengono indispensabili.
I confini, nelle società, non servono a proteggere qualcuno. Servono a garantire responsabilità chiare.
C’è poi un altro aspetto che la memoria collettiva dovrebbe aiutare a non dimenticare. In questi giorni non mancano lezioni impartite da vari pulpiti. Alcuni di questi appartengono a « eredità » politiche che, con tutto il rispetto, non possono certo rivendicare un curriculumimpeccabile nella gestione delle vicende che hanno portato il Casinò alla necessità di risanamento. La memoria, in politica, dovrebbe essere una virtù e non una opinione.
Così come non si può non notare come alcune voci particolarmente severe di oggi siano le stesse che, in altri tempi, gravitavano attorno a « rapporti economici » che apparivano quantomeno generosi rispetto ai risultati prodotti. Non bisogna aprire alcun cassetto segreto (che tanto va di moda): spesso basta consultare documenti, registri e visure che sono sempre stati pubblicamente disponibili. Anche la memoria economica, talvolta, meriterebbe la stessa attenzione riservata alla memoria politica.
Al di là delle polemiche, tuttavia, il punto centrale resta un altro.
Se dagli accertamenti in corso emergeranno responsabilità, carenze organizzative o insufficienze gestionali, sarà dovere di chi ne ha titolo assumere tutte le decisioni conseguenti. Personalmente ritengo che sia opportuno aprire una riflessione seria sul modello di governance della società, rafforzandone la professionalizzazione, introducendo una struttura di vertice collegiale e consolidando un’organizzazione coerente con quella di una moderna società per azioni. In sintesi occorre andare oltre e al di là dello stato attuale delle cose.
Perché la vera lezione di queste vicende non riguarda soltanto le persone. Riguarda le regole.
Le regole servono soprattutto quando sembrano scomode. E servono ancora di più quando qualcuno è tentato di pensare che, in fondo, per una buona causa o per una polemica efficace, possano essere messe da parte.
Mi auguro che quanto emerso in questi giorni contribuisca a fare chiarezza, a ristabilire ordine e a consentire le scelte necessarie. Non per alimentare nuove contrapposizioni, ma per ricordarci che nelle istituzioni e nelle società partecipate il principio del “vale tutto” non ha mai prodotto buoni risultati. Alla lunga, finisce sempre per danneggiare tutti.