C’è un passaggio dell’intervista di Philippe Aghion pubblicata da La Stampa che merita attenzione. Non tanto per l’ennesimo dibattito tecnico sulle regole europee, ma perché coglie un punto politico più profondo: il mondo è cambiato molto più velocemente delle istituzioni europee.
Aghion dice una cosa semplice: non si può affrontare una competizione globale sempre più dura con strumenti pensati per un’altra epoca. Se gli Stati Uniti investono massicciamente in tecnologia, difesa, energia e innovazione, mentre la Cina sostiene strategicamente le proprie filiere industriali, l’Europa continua spesso a discutere soprattutto di vincoli, parametri e procedure. Non perché le regole siano inutili, ma perché regole costruite per tempi ordinari rischiano di diventare miopia politica in tempi straordinari.
Primo elemento
Il tema del debito comune europeo, della capacità di investimento condivisa e di una revisione meno ideologica dei vincoli di bilancio non è più soltanto una questione economica. È una questione di sopravvivenza strategica. Senza investimenti comuni, senza massa critica e senza una politica industriale credibile, il rischio è che l’Europa resti un grande mercato regolato da altri.
Secondo elemento
C’è poi un secondo elemento molto interessante nell’analisi di Aghion: l’idea che l’Europa debba rafforzare alleanze e collaborazioni con Paesi e realtà che condividono valori e interessi simili. Non più soltanto una logica difensiva, ma una rete di cooperazioni tecnologiche, economiche e geopolitiche tra sistemi compatibili.
Infine, il punto forse più duro ma anche più realistico: l’ombrello americano non può più essere considerato eterno o automatico. Non significa rompere con gli Stati Uniti, che restano partner fondamentali, ma prendere atto che il mondo multipolare impone agli europei una maggiore autonomia strategica, economica e diplomatica. Delegare ad altri la propria sicurezza, la propria energia o persino la propria capacità industriale ha un costo.
L’Europa sembra ancora spesso convinta che basti amministrare l’esistente. Ma la storia raramente aspetta chi resta fermo. E forse il vero rischio non è tanto sbagliare direzione, quanto continuare a credere che il contesto attorno a noi sia ancora quello di anni fa.