Venerdì ho partecipato a Courmayeur alla Festa della Liberazione, insieme ai ragazzi delle scuole. È sempre un momento particolare: le bandiere, la memoria, il silenzio davanti a un monumento, le parole dette a voce alta perché non restino soltanto scritte nei libri.
Ma proprio davanti ai ragazzi, il 25 aprile non può essere solo una data da calendario civile. Deve essere anche una domanda: che cosa abbiamo fatto della libertà che ci è stata consegnata?
Per noi valdostani questa domanda ha un significato ancora più preciso. Perché festeggiare il 25 aprile senza ricordare che il 24 aprile 1949 si tennero le prime elezioni libere del Consiglio regionale della Valle d’Aosta rischia di lasciare incompleto il senso della ricorrenza. La Liberazione, per la nostra comunità, non fu soltanto la fine di un regime e di una guerra. Fu anche l’inizio di una ricostruzione istituzionale, civile e morale che avrebbe dato forma concreta all’autogoverno.
Ogni liberazione porta con sé una ricostruzione. E ogni ricostruzione nasce prima di tutto da uomini e donne semplici.
Ci sono stati coloro che hanno compiuto scelte estreme: la Resistenza armata, gli atti di eroismo, il sacrificio personale. Ci sono stati coloro che hanno pagato con la vita, con la prigionia, con l’internamento, con la paura quotidiana. Ma ci sono stati anche gesti meno visibili e non per questo meno importanti: il rifiuto di collaborare, una parola detta al momento giusto, uno scritto clandestino, un aiuto dato in silenzio, un voto espresso quando tornare a votare significava tornare a essere cittadini.

La storia non la fanno soltanto i grandi nomi, i generali, i politici, le figure che poi entrano nei manuali di storia. La storia la fanno anche le persone comuni, ciascuna per un piccolo tratto della propria vita. A volte quel tratto sembra minimo. Ma messo insieme agli altri diventa una strada.
È questa, forse, la lezione più importante da trasmettere ai ragazzi. La libertà non è un’eredità astratta. È il risultato di scelte concrete, spesso difficili, compiute da persone che non sapevano se sarebbero state ricordate. E proprio per questo meritano il nostro grazie.
1949: il primo voto libero
In Valle d’Aosta quella libertà si è tradotta anche in Autonomia speciale. Non come privilegio, ma come responsabilità. L’autogoverno nasce da una storia precisa: dalla volontà di una comunità alpina di non essere più soltanto amministrata da lontano, ma di partecipare direttamente al proprio destino, tutelando lingua, cultura, istituzioni, territorio e libertà.
Il 24 aprile 1949, con le prime elezioni libere del Consiglio regionale, questa volontà prese la forma più semplice e più forte della democrazia: il voto. Dopo gli anni della guerra e della dittatura, la comunità valdostana tornava a scegliere. Tornava a discutere, a rappresentarsi, a decidere. Tornava, in una parola, a governarsi. Per questo il 25 aprile, da noi, non può essere separato dalla memoria dell’Autonomia. La Liberazione ci ricorda da che cosa siamo usciti. Le elezioni del 1949 ci ricordano verso che cosa abbiamo scelto di andare.
Oggi il rischio non è dimenticare formalmente quelle date. Il rischio è celebrarle senza comprenderne più le conseguenze. Perché la memoria, se non diventa responsabilità, si consuma. E l’autonomia, se non viene praticata con serietà, studio, misura e coraggio, rischia di diventare una parola buona per le cerimonie ma debole nelle decisioni.
Il senso della libertà
A Courmayeur, davanti ai ragazzi, il senso era questo: non siamo qui solo per guardare indietro. Siamo qui per capire che cosa ci è stato affidato. A tutti coloro che hanno resistito, combattuto, sofferto, votato, scritto, scelto di non piegarsi o semplicemente fatto la propria parte, dobbiamo il nostro grazie. Dobbiamo la libertà nella quale viviamo. Dobbiamo le istituzioni che oggi rappresentano la nostra comunità. Dobbiamo, in larga parte, quello che siamo.
La domanda, allora, non è soltanto se siamo capaci di ricordare. È se siamo ancora capaci di essere all’altezza di quella libertà.