Sul salario minimo si torna periodicamente a discutere come accade spesso in Italia sui temi più sensibili: con intenzioni comprensibili, ma con una certa tendenza alla semplificazione.
Lo spunto è offerto anche dall’articolo pubblicato oggi su Il Sole 24 Ore, firmato da Renato Brunetta e Michele Tiraboschi, dal titolo “La questione salariale in Italia e la necessaria coerenza di un percorso istituzionale”. E il richiamo alla coerenza, in effetti, è il punto essenziale. Che in Italia esista un problema di salari bassi è evidente. Ma fissare un minimo legale senza intervenire anche sul sistema dei contratti e della contrattazione rischia di produrre effetti distorsivi.
Il primo rischio è che la soglia minima smetta di essere un pavimento e diventi un riferimento generale, comprimendo verso il basso dinamiche contrattuali che oggi, almeno in alcuni settori, garantiscono condizioni migliori.
Il secondo rischio è lasciare intatto il problema dei contratti pirata e della scarsa chiarezza sulla rappresentanza. Perché il dumping salariale non nasce solo dall’assenza di un numero minimo, ma anche da un sistema in cui non sempre è chiaro quali contratti siano davvero rappresentativi e quali servano invece ad aggirare tutele e diritti.
Per questo il punto non è essere favorevoli o contrari per principio al salario minimo. Il punto è capire che una soglia, da sola, non basta. Senza una revisione più ampia del sistema, può persino rivelarsi una risposta più simbolica che reale.
Sui salari, insomma, non serve soltanto un numero. Serve un assetto coerente, capace di tutelare davvero il lavoro senza creare nuove distorsioni.