Questa settimana ho partecipato ad Aosta a un incontro pubblico dedicato al tema, tutt’altro che semplice, dell’accordo tra Unione europea e Mercosur, promosso da Cia Agricoltori delle Alpi. Un’occasione utile per approfondire una questione che riguarda da vicino non solo la zootecnia italiana, ma più in generale il futuro delle nostre produzioni, delle filiere locali e della capacità delle piccole imprese di stare al passo dei grandi cambiamenti.
L’accordo commerciale nasce da un’idea maturata molti anni fa, ma oggi si colloca in un mondo molto diverso. La competizione globale si è fatta più dura, le tensioni commerciali tra grandi potenze sono tornate a pesare e i mercati non sono più soltanto spazi di scambio: sono anche luoghi di confronto tra modelli produttivi, standard qualitativi e sistemi di tutela.
Per questo il Mercosur non può essere letto né con entusiasmo ingenuo né con chiusura pregiudiziale. Per molte micro e piccole imprese potrebbe rappresentare una opportunità di sbocco, di crescita e di apertura. Ma per altre potrebbe diventare una minaccia concreta, soprattutto se non dispongono degli strumenti per evolvere, difendersi e valorizzare davvero ciò che producono. Il nodo è tutto qui: italian sounding, qualità, tracciabilità, reciprocità delle regole non sono dettagli tecnici, ma questioni decisive.
È un esempio molto concreto di una verità più generale: le grandi transizioni, quando non sono accompagnate da adeguati strumenti di passaggio, rischiano di produrre più squilibri che benefici. Vale per il commercio internazionale come vale, per molti aspetti, anche per la cosiddetta transizione energetica. Senza misure normative, fiscali e di incentivo capaci di accompagnare chi deve cambiare, il rischio è che il costo della trasformazione ricada soprattutto sui più piccoli.
La vera domanda, allora, non è se aprirsi oppure no. È se siamo capaci di governare questi processi con realismo, misura e responsabilità, senza lasciare indietro proprio chi ha meno forza per reggere l’urto del cambiamento.