Qualcuno parlerà ancora del Nord?

Le dimanche, rubrica di approfondimento di Stefano Aggravi

Qualcuno parlerà ancora del Nord?

Qualcuno parlerà ancora del Nord? 500 500 Stefano Aggravi

La morte di Umberto Bossi, al di là dei giudizi che ciascuno può avere sulla sua figura e sulla sua stagione politica, riporta per un momento al centro una domanda che da tempo sembra scomparsa: che ne è della questione settentrionale?

Per anni è stata ridotta a una caricatura: la rivendicazione del residuo fiscale, la protesta, la secessione, il folklore. Ma la questione settentrionale, se la si guarda con serietà, era ed è qualcosa di più. Riguarda il futuro dell’area più produttiva e industrializzata del Paese. Riguarda il rapporto tra fisco e servizi, tra burocrazia e impresa, tra infrastrutture, energia, lavoro e capacità di stare dentro la competizione europea.

Il punto non è contrapporre Nord e Sud. Sarebbe una lettura povera e ormai insufficiente. Il punto è capire che territori diversi hanno bisogni diversi e che non si governa tutto allo stesso modo senza produrre inefficienze. Il Nord ha bisogno di strumenti adeguati alla sua struttura economica e alla sua vocazione mitteleuropea. Il Sud, a sua volta, poter valorizzare fino in fondo il proprio ruolo nel Mediterraneo. Ma tutto questo richiede una visione nazionale fondata sulle differenze reali, non su un centralismo che uniforma sulla carta e indebolisce nella pratica.

La Lega di Salvini, da tempo, non rappresenta più questa domanda. Ma il problema non è solo la trasformazione di un partito. È il silenzio più generale che si è creato attorno al Nord: silenzio della politica, silenzio di molti ambienti culturali, silenzio persino di una parte del mondo economico che pure avrebbe interesse a porre il tema in termini seri.

Eppure la questione resta. Perché resta il problema della competitività, della pressione fiscale, dei costi energetici, della lentezza amministrativa, della necessità di difendere e rilanciare una parte decisiva dell’economia italiana. Se il Nord smette di essere pensato come una questione politica, il rischio non è che il problema sparisca. Il rischio è che venga semplicemente lasciato al declino.

Da autonomisti, dovremmo capirlo bene. L’unità non si difende cancellando le differenze, ma governandole con responsabilità e strumenti adatti. Anche per questo la questione settentrionale meriterebbe di essere ripresa con parole nuove, senza nostalgie e senza estremismi, ma senza neppure far finta che non esista più.

Perché il problema vero, oggi, non è soltanto la mancanza di rappresentanza politica o l’assenza di nuovi leader « nordisti » all’orizzonte. Il punto è un altro: capire se esista ancora qualcuno disposto a considerare il Nord una questione seria per il futuro dell’Italia.