Il mercato unico che ancora non c’è

Le dimanche, rubrica di approfondimento di Stefano Aggravi

Il mercato unico che ancora non c’è

Il mercato unico che ancora non c’è 500 500 Stefano Aggravi

Sul Sole 24 Ore di oggi si richiama la proposta della Commissione europea sul cosiddetto “28esimo regime”: una cornice societaria opzionale per consentire di costituire un’impresa online in tempi rapidissimi e accompagnarne più facilmente la crescita oltre i confini nazionali. L’obiettivo dichiarato è chiaro: ridurre gli attriti, semplificare, rendere l’Europa più attrattiva per chi fa impresa.

L’idea, in sé, non è da liquidare con sufficienza. Anzi. Che in Europa vi sia un problema di complessità, di tempi, di stratificazione normativa e di costi indiretti per chi vuole crescere è ormai evidente. Se si vuole che le imprese restino, investano e si consolidino nel continente, la semplificazione è una strada obbligata.

Il punto, però, è un altro: non bisogna scambiare una misura utile con una soluzione di sistema.

Per capirlo, basta tornare alle conclusioni del rapporto di Enrico Letta sul futuro del mercato interno europeo. Il dato di fondo, lì, è netto: il mercato unico resta incompiuto, frammentato, ancora troppo spesso più evocato che praticato. Non mancano le dichiarazioni d’intenti; mancano, in molti casi, condizioni effettive e omogenee perché imprese, capitali, servizi e innovazione possano davvero muoversi senza ostacoli in uno spazio economico europeo coerente.  

È qui che nasce la perplessità sul “28esimo regime”. Perché si ha l’impressione che Bruxelles, ancora una volta, provi ad aggiungere un nuovo strumento per aggirare problemi che non riesce o non vuole risolvere alla radice. Un nuovo contenitore giuridico può aiutare. Ma non basta, se il contenuto del mercato resta disomogeneo.

Prendiamo un esempio molto concreto: l’IVA. L’Unione europea dispone di una disciplina “comune” di riferimento, ma i singoli Stati mantengono differenze applicative molto importanti. In altre parole: esiste una cornice, ma non un sistema davvero uniforme.  

E allora la domanda è legittima: può dirsi pienamente unico un mercato nel quale lo scambio continua a essere gravato da regole fiscali che cambiano sensibilmente da un Paese all’altro?

La concorrenza, beninteso, è un valore. E può esserlo anche tra ordinamenti, entro limiti ragionevoli. Ma bisogna distinguere. Una cosa è la competizione sulle politiche industriali, sulle politiche fiscali su redditi e patrimonio, sull’efficienza amministrativa, sulla capacità di attrarre investimenti o di sostenere l’impresa. Un’altra è la struttura essenziale dello scambio in un’area che pretende di definirsi “mercato unico”. Lì, almeno sui principi fondamentali, servirebbe maggiore uniformità.

È per questo che il paragone con la Svizzera, sul piano del metodo, resta istruttivo. Si può ammettere la concorrenza su molti aspetti, ma senza smarrire il presupposto che il mercato, per essere davvero tale, debba restare uno. In Europa, invece, si continua spesso a celebrare l’unità e a gestire la frammentazione.

Anche la Commissione, del resto, non nega più il problema. La strategia per il mercato unico adottata nel 2025 individua dieci grandi ostacoli ancora aperti (i cosiddetti “Terrible Ten”) a conferma che le barriere interne restano numerose e pesanti.  

Per questo il giudizio sul “28esimo regime” deve restare misurato. Bene la semplificazione, bene ogni tentativo serio di ridurre costi e tempi per chi intraprende. Ma sarebbe ingenuo presentarla come la nascita di una vera Europa “open for business”. Senza condizioni più omogenee sui nodi essenziali del mercato, il rischio è di trovarsi di fronte all’ennesimo maquillage normativo: utile forse nella forma, insufficiente nella sostanza.

Un mercato unico non diventa tale perché aggiunge un nuovo regime accanto ai ventisette esistenti. Diventa tale quando ha il coraggio di assomigliare davvero a se stesso. E questa, oggi, è ancora la prova che l’Europa non ha superato.