Venerdì, all’inaugurazione dell’anno giudiziario della Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Valle d’Aosta, ascoltando relazioni e interventi, mi è tornata in mente una grande preoccupazione: la fiducia istituzionale è più fragile di quanto immaginiamo.
Non perché manchino le regole. È fragile perché la fiducia vive di linguaggi e di gesti. A volte basta poco — un tono, un sottinteso, un riflesso difensivo — per trasformare il confronto in una partita di sospetti: chi decide si sente sotto accusa “a prescindere”, chi controlla si sente ignorato “a prescindere”. E quando l’equilibrio si rompe, poi pesa su tutto: sui tempi, sulle scelte, sulla qualità dell’azione pubblica.
Il punto, per me, è questo: l’Autonomia speciale non è un simbolo da celebrare a calendario. È un esercizio quotidiano. E richiede un terreno comune: quello in cui chi governa non si sente “infallibile” e chi controlla non parte dall’idea che chi governa lo faccia “solo e sempre male”. Se quel terreno si restringe, l’autonomia si indebolisce anche quando le norme non cambiano.
Nello Stato di diritto nessuno è infallibile e nessuna funzione può sottrarsi a verifica, trasparenza e responsabilità. Ma nessuno dovrebbe essere trattato come colpevole “per definizione”, né ogni scelta pubblica letta come una deviazione potenziale. La democrazia vive in questa tensione: decisione e controllo, responsabilità e garanzie.
In questi mesi, con modifiche legislative importanti in discussione, è facile che aumentino le incomprensioni e si alzino i toni. Ma sarebbe una scorciatoia attribuire tutto a una parte sola: il tema non è “una categoria” contro un’altra. È cultura istituzionale e, prima ancora, atteggiamento personale.
Ecco perché, nella settimana della Festa dell’Autonomia, questa preoccupazione pesa di più. Celebrare serve, ma non basta: l’autonomia si protegge nel metodo quotidiano. Quel metodo vive di leale collaborazione e della capacità di distinguere — tra errore e abuso, tra rischio e negligenza, tra scelta legittima e violazione. Se perdiamo queste distinzioni, perdiamo anche la possibilità di governare bene. La politica si irrigidisce, l’amministrazione si difende, il controllo diventa sospetto. E alla fine il prezzo lo pagano i cittadini: tempi più lunghi, progetti più fragili, responsabilità più diluite.
La tesi, allora, è questa: l’autonomia si esercita con responsabilità solo se ricostruiamo un terreno comune tra istituzioni, dove il controllo sia percepito come garanzia e la decisione come assunzione piena di responsabilità. Senza “infallibilità presunte” e senza colpevolezze automatiche. Con un linguaggio meno “di posizione” e più attento alle conseguenze.
In Valle d’Aosta vale ancora di più: in una comunità piccola, la qualità del dialogo istituzionale è parte della qualità della democrazia. Il punto critico è qui: quando si smette di parlarsi tra istituzioni e si comincia a parlare solo delle istituzioni. Come possiamo esercitare l’autonomia ogni giorno, se non rimettiamo al centro un dialogo esigente ma leale?